Su X ho beccato un post: l'Italia sta subendo l'emigrazione di massa dei suoi giovani, meno 817.000 in vent'anni, e chi non emigra è costretto a vivere con i genitori. Il motivo, secondo il tipo: manca il lavoro e i salari sono troppo bassi. Sotto, un bel grafico dell'OCSE con l'Italia in cima alla classifica dei giovani che vivono ancora coi genitori.
Mi ha incuriosito. Non perché suoni falso di per sé, ma perché è una di quelle frasi che a differenza di un'opinione si può misurare. Ho chiesto su quali dati si basasse quella conclusione. Mi ha risposto: "Studia". L'ho fatto. E la conclusione, spoiler, è sbagliata quasi in ogni pezzo. Non è un esodo, non è il lavoro, e la causa vera è molto più grande di quello che il post immagina.
Partiamo dall'esodo, perché è la prima cosa che salta. I giovani italiani sono davvero tanti di meno, su questo il post non sbaglia. Ma non perché sono scappati: perché non sono mai nati. Nel 1964 in Italia nascevano un milione di bambini l'anno. Oggi ne nascono circa 370.000, meno di un terzo. Chi oggi ha trent'anni è nato a metà anni Novanta, quando le culle erano già la metà di quelle del '64. Il conto è meccanico: se venticinque anni fa nasce la metà delle persone, oggi hai la metà dei trentenni. Il calo era già scritto, molto prima che qualcuno prendesse un aereo. E quelli che l'aereo lo prendono davvero? Nel biennio 2023-24 hanno lasciato l'Italia circa 134.000 giovani tra i 18 e i 34 anni. Sembrano tanti, ma i giovani italiani di quella fascia sono 10,4 milioni: se n'è andato poco più dell'uno per cento, in due anni. Il numero del post, 817.000 in vent'anni, in realtà è 781.000 in quattordici anni e conta tutte le età, non solo i giovani.
Qui ci sta la battuta, che non è nemmeno lontanissima dalla realtà: si sente sempre parlare di fuga di cervelli, ma, numeri alla mano, i cervelli magari se ne saranno pure andati, i corpi però sono rimasti tutti in Italia.
Andiamo a chi parte davvero, perché anche lì il post prende un abbaglio. Non è il disoccupato disperato del Sud che scappa dalla fame. È il contrario: metà delle partenze viene dal Nord (la prima regione è la Lombardia), il 44 per cento è laureato contro il 30 per cento di chi resta, e a Milano tra chi se ne va i laureati sono il 61 per cento (i numeri sono del rapporto CNEL). Vanno a fare finanza, ricerca, tech a Londra, negli Stati Uniti, in Svizzera. Non fuggono la disoccupazione, cercano carriere che qui non ci sono.
E lo stipendio? Sembra il motivo ovvio: un laureato all'estero prende il 54 per cento in più. Ma è un numero nominale. Prendi la Svizzera: lì l'affitto è il doppio di Milano, la sanità te la paghi di tasca (450 franchi al mese) e mangiare fuori ti stacca un rene. Corretto per il costo della vita vero, il vantaggio resta ma si sgonfia: è uno stipendio migliore, non un jackpot. Chi parte non scappa perché qui non c'è lavoro. Parte perché qui il lavoro, per le competenze che hai, lo pagano poco.
Restano gli altri, quelli che a casa ci restano. E qui devo essere onesto su come sono andate le cose, perché la mia prima idea era sbagliata. Avevo guardato quattro paesi (Italia, Spagna, Germania, Svezia) e mi ero convinto che il punto fosse la casa: dove tanti sono proprietari, i figli escono più tardi. Il numero tornava benissimo. Poi ho fatto la cosa che va fatta: ho allargato a 31 paesi, ho messo tutte le possibili cause nello stesso modello (disoccupazione, proprietà, ricchezza, affitti, cultura) e ho calcolato quale conta davvero a parità delle altre. E ho scoperto che con quattro paesi ci si convince di qualsiasi cosa.
Non fidarti della mia parola, guarda la tabella. È il risultato della regressione, cioè le cinque cause pesate tutte insieme (β è quanto pesa ognuna, il p-value dice se l'effetto è reale o può essere caso: sotto 0,05 lo prendo per buono).
| variabile | β | p-value |
|---|---|---|
| cultura | −0,40 | 0,05 |
| affitti | −0,33 | 0,28 |
| ricchezza (PIL) | +0,26 | 0,32 |
| disoccupazione | +0,23 | 0,17 |
| proprietà della casa | +0,18 | 0,32 |
(β standardizzati, R² del modello = 0,51, su 29 paesi con dati completi)
Si legge così. L'unica variabile che passa la soglia è la cultura, cioè quanto un paese è costruito intorno alla famiglia. La disoccupazione no (p=0,17): il lavoro, messo dentro con tutto il resto, non spiega niente. E infatti Italia e Svezia hanno la stessa disoccupazione giovanile (22 per cento tutte e due) ma si esce di casa a 30 anni da noi e a 22 da loro. La casa da sola? Nemmeno lei regge (p=0,32). In Italia però cultura e casa sono la stessa cosa: il mattone, la proprietà, la famiglia.
Poi ho fatto l'ultima cosa, la più bella. Ho preso tutti gli indicatori e li ho schiacciati su una mappa sola (una PCA). Ne ho scelti sette, giusto quelli che descrivono le quattro cose che contano, ricchezza, mercato del lavoro, casa e cultura, stando attento a non infilarne due che dicono la stessa cosa. E la mappa è netta: i paesi si dispongono su un unico asse, dai ricchi ai poveri, e l'Italia cade a sinistra, nel gruppo dei deboli, con Spagna, Grecia, Portogallo. Ho pure chiesto a un algoritmo (KMeans) di raggruppare i paesi da solo, senza dirgli io dov'è il Nord e dov'è il Sud: ha messo l'Italia con Spagna e Grecia, da solo.
E siccome a questo punto uno può dire "hai scelto tu quei paesi apposta", ho fatto un giro a Montecarlo e ho rimescolato i 29 paesi a caso centomila volte, rifacendo ogni volta tutti i conti. Lo puoi vedere nel grafico qui sotto: c'è la distribuzione dei coefficienti su tutti i rimescolamenti. La cultura sta quasi sempre a sinistra dello zero (nel 98 per cento dei casi): conta davvero. La disoccupazione invece è centrata poco sopra lo zero, ma la sua distribuzione è così larga che lo attraversa: l'effetto non è distinguibile da zero, il lavoro resta incerto. E l'Italia? Anche togliendo a caso un terzo dei paesi, resta nel gruppo debole nel 99,7 per cento dei casi. Non è una mia scelta di paesi, è quello che dicono i dati europei presi tutti e rimescolati.
Quindi il ragazzo che resta a casa non è la prova che manca il lavoro. È la spia di una cosa più grande: l'Italia è diventata un paese debole, scivolata dove trent'anni fa non stava.
Fin qui erano i numeri, e su quelli ci metto la firma: non è un esodo, non è il lavoro, l'Italia sta nel gruppo debole. Adesso ti dico perché ci sta, ed è la parte che conta davvero.
E ha una forma precisa, questa cosa. Te la disegno, così non è una sparata ma una catena.
Si legge dall'alto in basso, ogni freccia è un "perché". In cima quello che vediamo, si esce di casa tardi. Scendi: perché i salari sono bassi. Perché? Perché mancano gli investimenti. Perché? Perché la produttività è ferma. E la produttività? Per il costo dell'energia, il mercato aperto a chi costa meno, le regole. Alla radice, la cornice europea in cui siamo entrati. La casa e la cultura stanno in un ramo a parte, che si ferma lì. Adesso te la riempio, freccia per freccia.
Primo: l'Europa ha spostato la crescita da noi verso altri. Il caso più chiaro è la Romania. È entrata nell'Unione nel 2007 ed è volata: nel 2007 un romeno medio produceva 44 (dove la media UE vale 100) e un italiano 109; oggi il romeno è a 75 e l'italiano è sceso a 98, sotto la media. Le due linee si sono incrociate nel 2013. Dal 2007 la ricchezza romena è cresciuta del 50 per cento, la nostra dello 0,6: ferma per sedici anni. E le fabbriche sono andate lì: la Ford ha comprato lo stabilimento di Craiova proprio nel 2007 e oggi ci fa oltre 250.000 auto l'anno, coi fondi europei a fare da benzina (la Romania ne ha incassati circa 90 miliardi, noi nel bilancio comune versiamo più di quanto riceviamo).
E non lo dico solo io. Il rapporto sulla competitività che l'Europa si è fatta scrivere da Mario Draghi nel 2024, sì, proprio lui, quello del "volete il condizionatore acceso o la pace", mette i numeri: il PIL dell'Unione è indietro di circa il 30 per cento sugli Stati Uniti, e vent'anni fa il distacco era del 15. Raddoppiato. E sulla ricerca, il motore di tutto, spendiamo meno di loro.
Secondo: con le fabbriche se ne sono andati anche i capitali. Chi cerca lavoro a basso costo va a Est, dove un'ora di fabbrica costa un terzo che da noi.
E abbiamo venduto pezzi di industria. Qui però faccio una distinzione onesta, perché è il punto dove uno preparato mi fermerebbe: che il lusso cambi padrone (Gucci ai francesi, Valentino al Qatar) è mercato normale, non è la storia. La storia sono gli asset strategici e industriali: la rete di Telecom, i cavi su cui viaggia mezzo paese, finita a un fondo americano per 22 miliardi; Pirelli ai cinesi; Magneti Marelli, il cuore della componentistica auto, ai giapponesi. Lì con l'azienda se ne vanno la ricerca e le decisioni, non una griffe.
Terzo: qui il lavoro rende poco e costa tanto, tutti e due insieme. Siamo l'unico paese sviluppato dove i salari reali, oggi, sono più bassi che trent'anni fa.
Ma non perché "manca il lavoro": perché il cuneo fiscale, la parte del costo del lavoro che va in tasse e contributi e non in busta paga, è al 47 per cento. Uno che porta a casa 1.447 euro netti all'azienda ne costa quasi 2.700. Se il lavoro italiano fosse davvero a buon mercato ci sarebbe la fila di aziende straniere pronte a investire: invece gli investimenti esteri, in rapporto al PIL, sono i più bassi tra le grandi economie. Restiamo nel mezzo: non abbiamo né il prezzo dell'Est né la produttività del Nord.
Una cosa giusta va detta: quel costo alto non è tutto spreco, buona parte sono tutele vere (pensioni, sanità) e le regole di sicurezza, i macchinari a norma, che in mezzo mondo non esistono. Solo che poi si muore sul lavoro lo stesso, circa tre persone al giorno, e sul dato europeo standardizzato stiamo peggio della Germania, che è protetta e cara quanto noi. Paghiamo la sicurezza e non ce l'abbiamo. Anche lì, qualcosa non funziona.
Quarto: sulla frontiera nuova siamo rimasti fuori. E qui attenzione, non è che non siamo capaci: sul software gareggiavamo alla pari, il codice lo scrivi e lo condividi su GitHub con un portatile, e i nostri sviluppatori sono tra i migliori. Ma l'AI ha cambiato il gioco: per starci servono modelli giganteschi, montagne di dati e una potenza di calcolo da miliardi che un bravo singolo o un piccolo paese non toccano nemmeno. Nel 2024 gli investimenti privati in AI negli Stati Uniti sono stati 109 miliardi di dollari, il primo paese europeo si ferma a 4,5. E questi sono i numeri del 2024: nel frattempo siamo nel 2026 e la Cina è cresciuta un sacco, e secondo me quei dati non raccontano nemmeno quanto ha investito davvero (ma qui è un mio parere, non un numero che ti posso mettere in mano). Comunque la giri, è un treno che non recuperi coi soldi adesso, perché il vantaggio si accumula da anni.
E la stessa Europa ci mette del suo con regole che frenano, dal Green Deal che sta smontando la componentistica auto alle regole sui dati, mentre i colossi del web spostano mille miliardi di profitti l'anno nei paradisi fiscali e l'Europa continentale, Italia in testa, è quella che ci rimette di più.
Quattro pezzi, e puntano tutti nello stesso posto: una cornice, la moneta unica più il mercato aperto più l'allargamento a Est, che ha tolto all'Italia le leve per difendersi e ha premiato chi costava meno. La catena, freccia per freccia, sta in piedi.
Rimetto in fila, per chiudere. Non è un esodo: i giovani calano perché sono nati in meno, e chi parte è poco più dell'uno per cento. Non è la mancanza di lavoro: con i numeri in mano non spiega niente. Vivere coi genitori è per metà cultura, il mattone e la famiglia, e per metà la spia di un paese scivolato in fondo alla classifica. E il perché è quello: la cornice europea in cui ci muoviamo.
Ma su una cosa non ho dubbi, ed è quella che conta. I nostri giovani non hanno un problema di valigie. Hanno un problema di paese. E curare il sintomo (una casa, un bonus affitti, uno stipendio per decreto) non serve a niente, se non tocchi la cornice che tiene bassi i redditi e alti i costi: i conti tornano sempre allo stesso posto.
Nota sul metodo. La prima parte (esodo, chi parte, perche' si resta a casa) e' dimostrata: regressione multipla, PCA, clustering KMeans e un bootstrap con 100.000 ricampionamenti, su 29-31 paesi europei, con i numeri da Eurostat, CNEL, OCSE e Hofstede. La seconda parte (perche' l'Italia e' scivolata: euro, delocalizzazione, marchi, cuneo, AI) e' il ragionamento che ci costruisco sopra, coi numeri del rapporto Draghi 2024, UNCTAD, Banca Mondiale, EU Tax Observatory, CLEPA, INAIL, Stanford HAI. Come al solito metto tutto, dati e script, cosi' potete rifare i conti da soli: dataset e codice qui.