Quanto della stagnazione britannica è davvero attribuibile alla Brexit? Un confronto sui dati tra otto economie avanzate, dal pre-euro ai consuntivi 2025 e ai primi indicatori 2026.
Non sono un economista. Sono partito da un'affermazione che sento ripetere spesso, «l'economia britannica è ridotta così per colpa della Brexit», e ho voluto verificare se i numeri la sostengano, invece di affidarmi alle opinioni. Ho raccolto serie storiche da fonti pubbliche e ufficiali (World Bank, OCSE, Eurostat, ONS, IMF) e ho messo a confronto il Regno Unito con le altre grandi economie, dal pre-euro a oggi.
Quello che segue è il ragionamento che ne è uscito. È tecnico nei dati e nelle fonti, che lascio tutte in chiaro così chiunque può controllarle o smentirle, ma resta il percorso di un non addetto ai lavori, non un lavoro accademico. Se un passaggio è sbagliato, i numeri sono lì apposta per correggerlo.
Nel dibattito pubblico la difficoltà economica del Regno Unito viene spesso ricondotta interamente alla Brexit. Per verificare l'affermazione ho confrontato dieci aree di indicatori (PIL, PIL pro capite, occupazione, disoccupazione, produttività, salari reali, investimenti, debito, commercio estero, demografia e migrazione, inflazione) per il Regno Unito e sette economie di riferimento dal 1999 al 2025 (con i primi indicatori 2026), usando dati di World Bank, OCSE, Eurostat, IMF e ONS.
I risultati indicano che (i) sul PIL reale aggregato il Regno Unito ha sovraperformato Germania, Francia, Italia e l'Eurozona nell'intero periodo; (ii) sul mercato del lavoro non emergono evidenze robuste di un deterioramento riconducibile al referendum del 2016; (iii) le due debolezze profonde, produttività e salari reali, emergono con la crisi finanziaria del 2008, otto anni prima del referendum; (iv) il divario di reddito che si allarga è verso gli Stati Uniti e riguarda l'intera Eurozona, non il solo Regno Unito. I dati consuntivi 2025 rafforzano il quadro: con una crescita del +1,4% il Regno Unito eguaglia l'Eurozona e supera le tre maggiori economie continentali, registrando nel primo trimestre 2026 il dato congiunturale più forte del gruppo. Per contro, si conferma un effetto Brexit negativo e misurabile sul PIL pro capite post-2016 e, soprattutto, sull'investimento delle imprese. La conclusione è che la Brexit ha agito da fattore aggravante su una fragilità strutturale preesistente e in parte comune all'Europa, non come causa originaria della stagnazione britannica.
Cosa NON sto dicendo. Questa analisi non valuta se la Brexit sia stata una scelta corretta sul piano politico, né se abbia avuto successo nei suoi obiettivi dichiarati (sovranità, controllo delle frontiere, autonomia normativa). Valuta esclusivamente una domanda empirica e circoscritta: se le principali fragilità economiche del Regno Unito siano nate con la Brexit, oppure la precedano. «Non causate dalla Brexit» non significa «Brexit riuscita»: sono due affermazioni distinte, e qui se ne esamina solo la prima.
Temi: Brexit · produttività · PIL pro capite · investimenti · commercio estero · immigrazione · confronto tra economie.
L'affermazione che voglio mettere alla prova dei dati è la più diffusa: che «la situazione economica del Regno Unito sia conseguenza della Brexit». La frase contiene un'ambiguità che secondo me è all'origine di gran parte della confusione: confonde impatto (un effetto marginale negativo) con causa (l'origine del fenomeno). Le due tesi richiedono evidenze diverse. Dimostrare che la Brexit ha avuto un impatto negativo non equivale a dimostrare che essa spieghi la condizione economica britannica nel suo complesso.
Il referendum si tiene il 23 giugno 2016; l'uscita formale dall'Unione avviene il 31 gennaio 2020 e l'uscita effettiva da mercato unico e unione doganale il 31 dicembre 2020, in coincidenza con lo shock pandemico.1 Questa sovrapposizione temporale con la pandemia e con la crisi energetica del 2022 complica l'identificazione causale e impone cautela nell'attribuzione.
Il campione comprende Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Spagna, l'aggregato Eurozona (codice World Bank EMU, 20 paesi), Stati Uniti e Giappone. La finestra temporale parte dal 1999, anno di introduzione dell'euro, così da osservare il Regno Unito sia rispetto alla scelta di restare fuori dalla moneta unica sia rispetto al referendum del 2016.
Le serie provengono da fonti statistiche ufficiali: World Bank World Development Indicators per PIL e investimenti; OCSE per disoccupazione, occupazione, salari reali e produttività; Eurostat per i prezzi armonizzati (HICP); ONS per le serie nazionali britanniche; IMF World Economic Outlook per il debito pubblico.2 Dove possibile i valori sono stati verificati su almeno due fonti. Gli indici di volume del PIL e le crescite cumulate sono ricostruiti componendo i tassi annuali (scarto atteso ≈0,1–0,3 punti). Per la stima dell'effetto Brexit isolato si fa riferimento alla letteratura controfattuale esistente, non a elaborazioni proprie (§4). Il dettaglio delle fonti e i limiti sono in Appendice.
| Paese | PIL reale 1999–2024 | PIL p.c. 1999–2024 | PIL p.c. 2016–2024 | Salari reali 2008–2023 |
|---|---|---|---|---|
| Regno Unito | +49,9 | +27,1 | +4,5 | +2,7 |
| Germania | +31,1 | +28,9 | +3,6 | +12,4 |
| Francia | +39,9 | +23,4 | +7,5 | +9,4 |
| Italia | +13,8 | +9,8 | +11,0 | −6,5 |
| Spagna | +53,7 | +27,1 | +9,5 | +2,1 |
| Eurozona | +38,8 | +28,4 | +9,4 | n.d. |
| USA | +72,1 | +41,2 | +16,1 | +17,1 |
| Giappone | +18,7 | +21,3 | +5,4 | −2,3 |
| PIL reale e pro capite: World Bank. Salari reali: OCSE, $ PPP costanti 2022; aggregato Eurozona non disponibile. | ||||
La Figura 1 riporta l'indice del PIL reale (1999 = 100). Nell'intero periodo il Regno Unito cresce del 49,9%, superando Germania (+31,1%), Francia (+39,9%), Italia (+13,8%) e l'Eurozona aggregata (+38,8%); restano davanti solo Spagna (+53,7%) e Stati Uniti (+72,1%). La decisione di non aderire all'euro non si associa dunque a una crescita inferiore a quella del nucleo dell'area.
La Figura 2 scompone la crescita del PIL pro capite (PPP, $ costanti) su tre orizzonti. Sul periodo completo il dato britannico (+27,1%) è allineato a Spagna e di poco inferiore a Eurozona e Germania. Nella finestra 2016–2024, tuttavia, il Regno Unito cresce solo del 4,5%, contro il +9,4% dell'Eurozona e il +11,0% dell'Italia: è il segnale più sfavorevole alla tesi qui esaminata. Va però osservato che il divario che si amplia è verso gli Stati Uniti (+41,2% sul periodo) ed è comune a tutte le economie europee, eurozona inclusa.
Se la Brexit avesse esercitato un effetto recessivo di prima grandezza, ci si attenderebbe un segnale nel mercato del lavoro. La Figura 3 non lo segnala in modo robusto: la disoccupazione britannica scende dal 4,9% (2016) al 3,8% (2019), assorbe lo shock pandemico e si attesta al 4,3% nel 2024, restando inferiore a Francia, Italia, Spagna ed Eurozona per tutto il periodo.
L'evidenza centrale di questo lavoro riguarda la produttività. La crescita del prodotto per ora lavorata britannico passa da una media di circa 2,0% annuo nel periodo 1999–2007 a circa 0,6% nel 2010–2019 (Figura 5): la discontinuità coincide con la crisi finanziaria del 2008, non con il referendum. Si tratta del cosiddetto productivity puzzle, ampiamente documentato da OBR, Bank of England e Resolution Foundation.3 In livello (Figura 6), nel 2023 il Regno Unito si colloca circa il 19% sotto gli Stati Uniti e il 6–16% sotto Francia e Germania.
Coerentemente con la dinamica della produttività, i salari reali britannici ristagnano dalla crisi finanziaria (Figura 7). Tra il 2008 e il 2023 crescono appena del 2,7% (≈0,18% annuo), collocando il Regno Unito nel gruppo dei paesi a salari stagnanti con Spagna (+2,1%), Giappone (−2,3%) e Italia (−6,5%), e nettamente distante da Stati Uniti (+17,1%) e Germania (+12,4%). Anche in questo caso la rottura precede il referendum di otto anni.
Gli investimenti fissi lordi britannici sono strutturalmente i più bassi del campione sin da prima del 2000 (≈17–19% del PIL contro 20–24% di Francia e Germania; Figura 8): una debolezza di lungo periodo che precede ampiamente il referendum. Il debito pubblico (Figura 9) si colloca nel 2024 intorno al 100% del PIL, in linea con Francia e Stati Uniti, sotto l'Italia e lontano dal Giappone; la sua traiettoria è determinata da eventi globali (2008, pandemia, crisi energetica).
È sul commercio che la Brexit lascia la sua impronta più diretta, ed è corretto esaminarlo esplicitamente. Il Regno Unito è la meno aperta delle grandi economie europee per l'intero periodo (Figura 10): le esportazioni di beni e servizi passano da circa il 24% del PIL nel 1999 al 31% nel 2024, mentre nello stesso arco la Germania sale dal 26% al 41–46% e l'Eurozona dal 31% a quasi il 50%. Il divario di apertura con la Germania si allarga da circa 2 punti (1999) a circa 12 (2022): l'intensità commerciale britannica ristagna proprio mentre quella dei partner cresce. L'OBR assume una riduzione di lungo periodo dell'intensità commerciale del Regno Unito pari a circa il 15% e, alla verifica del 2024, giudica l'ipotesi «sostanzialmente in linea» con i dati realizzati.6
Il punto decisivo, però, è la composizione dell'effetto (Figura 11). Dopo l'uscita effettiva, il commercio di beni, soprattutto con l'UE, ha sofferto: l'OBR stima il commercio di beni circa il 10% sotto il livello 2019 a fine 2023, gli studi della LSE (CEP) quantificano in circa −13% il valore dell'export di beni verso l'UE e in circa 16.400 le imprese che hanno smesso di esportare verso l'Unione, mentre l'export di beni verso l'UE resta ancora circa il 14% sotto il 2019 nel 2025.7 Al contrario, le esportazioni di servizi, in cui il Regno Unito è specializzato, sono cresciute con forza: circa +13% in termini reali rispetto al 2019, la dinamica più rapida del G7, sia verso l'UE (+9%) sia verso il resto del mondo (+15%). Il surplus dei servizi (≈6% del PIL) compensa ampiamente il cronico deficit dei beni (≈7% del PIL), e l'export aggregato non è crollato: nel 2022 il Regno Unito è risalito al quarto posto mondiale tra gli esportatori.
Sintesi: sul commercio i critici della Brexit hanno ragione su un punto specifico e documentato, il danno ai beni e all'intensità commerciale complessiva, ma non sull'idea di una catastrofe commerciale generalizzata, smentita dalla tenuta dei servizi.
La sovraperformance del Regno Unito sul PIL aggregato (§3.1) va letta alla luce della demografia. Tra il 1999 e il 2024 la popolazione britannica è cresciuta del 18,0%, contro il 13,3% della Francia, l'8,1% dell'Eurozona, il 3,6% dell'Italia e appena l'1,7% della Germania (Figura 12): il Regno Unito ha aggiunto circa 10,5 milioni di persone, più di ogni altro paese del campione. Una parte rilevante del vantaggio sul PIL aggregato è dunque estensiva (più persone), non intensiva (più prodotto per persona). Lo si vede nel divario tra le due misure: dal 1999 il PIL reale totale è cresciuto di circa il 50%, ma il PIL pro capite solo del 27%, e quest'ultimo è sostanzialmente fermo dal 2008 (§3.2). La spiegazione di quella stagnazione, tuttavia, non è la «diluizione» da immigrazione (i flussi recenti sono in larga parte lavoratori e studenti in età attiva), bensì il productivity puzzle già documentato (§3.4): l'ONS attribuisce il calo del pro capite 2023–2024 soprattutto alla minore produttività oraria, non all'aumento della popolazione.8
Vi è poi un dato di rilievo per il dibattito pubblico (Figura 13). La Brexit è stata presentata come strumento per «riprendere il controllo delle frontiere» e ridurre l'immigrazione; l'esito misurato è stato l'opposto. Dopo la fine della libera circolazione (gennaio 2021) la migrazione netta è salita a livelli record, fino a un picco di circa 944.000 persone nell'anno terminante a marzo 2023, molto sopra qualsiasi valore dell'era dell'adesione all'UE. Il meccanismo è una ricomposizione: la migrazione netta dall'UE è diventata negativa (−51.000 nel 2022), mentre quella extra-UE è esplosa (+662.000), trainata da sanità, studio e familiari a carico, con India e Nigeria come principali provenienze. La successiva discesa (171.000 nel 2025) deriva dalle restrizioni introdotte nel 2024, non dalla Brexit in sé.
L'impennata dei prezzi del 2022–2023 (Figura 10) è un fenomeno comune alle economie avanzate. Il picco britannico (9,1% nel 2022) è prossimo a quello tedesco (8,7%) e italiano (8,7%) e superiore di poco all'Eurozona (8,4%) e agli Stati Uniti (8,0%): la firma è quella della crisi energetica successiva all'invasione dell'Ucraina, non di un fattore specificamente britannico.
I consuntivi 2025, pubblicati tra febbraio e giugno 2026 da Eurostat, ONS, BEA ed ESRI, sono incorporati nelle Figure 1, 3, 4, 8, 9, 10 e 14 e nella Tabella 2. Sul piano della crescita il quadro è favorevole al Regno Unito: nel 2025 il PIL reale aumenta dell'1,4% (dato provvisorio ONS, rivisto al rialzo dall'1,3%), valore pari all'aggregato Eurozona e superiore a Germania (+0,2%), Francia (+0,8%) e Italia (+0,5%); fanno meglio solo Spagna (+2,8%) e Stati Uniti (+2,2%). Il primo trimestre 2026 conferma la tendenza, con il Regno Unito a +0,6% congiunturale, il dato più forte fra le economie comparabili, a fronte di un'Eurozona in arretramento (−0,2%). In termini relativi, dunque, la posizione britannica migliora rispetto alla narrazione di fanalino di coda post-Brexit.
Permangono però le debolezze già identificate. L'inflazione britannica resta la più elevata del gruppo europeo (≈3,4% nel 2025, contro 2,1% dell'Eurozona), comprimendo i salari reali a una crescita solo debolmente positiva; gli investimenti fissi restano i più bassi del campione (18,9% del PIL). Le proiezioni IMF di aprile 2026 vedono inoltre la crescita britannica convergere verso lo 0,8–1,0% nel 2026, in linea con Germania e Francia: il vantaggio del 2025 non è strutturalmente acquisito, anche per via dello shock energetico in corso che ha riacceso l'inflazione su scala globale.
| Paese | PIL reale 2025 (%) | PIL Q1-26 (% cong.) | Disocc. 2025 (%) | Inflaz. 2025 (%) | GFCF 2025 (%PIL) |
|---|---|---|---|---|---|
| Regno Unito | +1,4 | +0,6 | 4,8 | ≈3,4 | 18,9 |
| Germania | +0,2 | +0,3 | 3,8 | 2,3 | 20,3 |
| Francia | +0,8 | −0,1 | 7,7 | 0,9 | 22,2 |
| Italia | +0,5 | +0,3 | 6,1 | 1,7 | 21,8 |
| Spagna | +2,8 | +0,6 | 10,5 | 2,7 | 20,6 |
| Eurozona | +1,4 | −0,2 | 6,4 | 2,1 | 21,2 |
| USA | +2,2 | +1,6ᵃ | ≈4,3ᵇ | 2,6 | ≈21,3 |
| Giappone | +1,1 | +0,5 | 2,5 | 3,2 | ≈27,6 |
| Valori 2025 provvisori, soggetti a revisione. ᵃ USA Q1-2026 in tasso annualizzato (SAAR). ᵇ stima su 11 mesi (ottobre 2025 non rilevato per lo shutdown federale). Fonti: ONS, Eurostat, BEA, ESRI, BLS, IMF WEO aprile 2026, OCSE EO giugno 2026. | |||||
Le analisi qui presentate non negano l'esistenza di un effetto Brexit: lo circoscrivono. La letteratura controfattuale converge su un impatto negativo sul livello del PIL compreso tra −5/−6% (NIESR, 2023) e −6/−8% (Goldman Sachs 2024; Bloom et al., NBER 2025).5 L'ampiezza stessa di questi intervalli riflette la difficoltà di identificazione: l'uscita effettiva coincide con la pandemia, e la metodologia del «doppelganger» (sintesi di un controfattuale da economie comparabili) è sensibile alla selezione dei pesi e all'orizzonte.
Il punto dirimente per la domanda di ricerca è la collocazione temporale delle fragilità. Produttività (§3.4) e salari reali (§3.5), le variabili che meglio descrivono il malessere britannico, registrano la loro discontinuità nel 2008. Un fenomeno che inizia otto anni prima di un evento non può esserne causato. La Brexit interviene su un sistema già indebolito, aggiungendo un freno specifico agli investimenti delle imprese e contribuendo al rallentamento del pro capite post-2016, ma non costituisce l'origine della traiettoria. Parallelamente, il divario di reddito che si allarga è verso gli Stati Uniti e accomuna l'intera Eurozona: una dinamica continentale non è spiegabile con una decisione nazionale.
Una parte del dibattito utilizza l'Irlanda del Nord come «gruppo di controllo» per misurare l'effetto Brexit, confrontandone l'andamento con quello della Gran Bretagna. L'inferenza è viziata, e i dati lo mostrano in modo netto. Un controfattuale credibile richiede che, prima del trattamento, l'unità di controllo segua una traiettoria parallela a quella trattata: qualunque divergenza pre-esistente verrebbe altrimenti scambiata per effetto del trattamento stesso. L'Irlanda del Nord non soddisfa questa condizione in nessuna delle dimensioni rilevanti.
Il GVA pro capite nordirlandese oscilla tra il 75% e l'82% della media del Regno Unito ogni singolo anno dal 1998 al 2023 (Figura 15): un divario di un quarto di secolo, senza rotture evidenti in corrispondenza del referendum. Anzi, e qui sta il dettaglio dirimente, nel 2016 l'indice valeva 76,9, identico al 76,9 del 1998, e la posizione relativa dell'Irlanda del Nord è semmai migliorata dopo il 2016 (82,0 nel 2023), l'opposto di ciò che un «danno Brexit» implicherebbe. Lo stesso vale per la produttività: l'Irlanda del Nord è stata la regione meno produttiva del Regno Unito su prodotto per ora in quasi ogni anno tra il 1998 e il 2019, con un divario di circa il 17% che la NIESR documenta come «persistente da cento anni»: già del 28% nel 1912, prima della partizione. A ciò si aggiungono una dipendenza dal settore pubblico senza pari (circa il 27–31% dell'occupazione contro il 17–18% del Regno Unito) e un disavanzo fiscale netto di circa il 20–21% del PIL regionale, definito dal NI Fiscal Council «il più negativo delle quattro nazioni britanniche negli ultimi vent'anni», dunque ben prima del 2016.
Vi è poi una seconda ragione, simmetrica: dal 2021 l'Irlanda del Nord opera sotto un regime commerciale unico al mondo. Per effetto del Protocollo (poi Windsor Framework) è l'unica parte del Regno Unito con accesso simultaneo al mercato interno britannico e al mercato unico europeo per i beni. Ne è seguita una marcata deviazione commerciale: il commercio con la Repubblica d'Irlanda è più che quadruplicato (da £2,1 a £8,7 miliardi tra il 2015 e il 2022) mentre la quota verso la Gran Bretagna scendeva dal 69% al 59%, un comportamento che nessuna regione britannica presenta. Di conseguenza l'Irlanda del Nord non rappresenta né lo scenario «con Brexit pieno» (che per i beni non vive) né quello «senza Brexit» (le frizioni con la Gran Bretagna sono reali). Chi la usa come proxy sceglie, paradossalmente, il caso meno adatto possibile: una regione strutturalmente divergente da decenni e, dal 2021, soggetta a un regime sui generis.9
L'analisi che precede è deliberatamente economica, e questo ne segna anche il limite. La Brexit non è stata proposta agli elettori come una misura di politica economica, bensì come un progetto politico: recupero della sovranità parlamentare, controllo dell'immigrazione, autonomia normativa rispetto a Bruxelles. Valutarla con i soli indicatori macroeconomici significa, propriamente, rispondere a una domanda diversa da quella che molti elettori si ponevano. Un sostenitore può legittimamente affermare che un costo economico, anche reale come quello documentato sul commercio di beni (§3.7), fosse un prezzo accettabile in cambio di obiettivi non monetari; un oppositore può sostenere il contrario. Nessuna delle due posizioni è confermabile o smentibile dai dati di questo lavoro, perché attiene a una scelta di valori, non a una misurazione.
Va inoltre osservato che, sul terreno dei suoi stessi obiettivi dichiarati, il bilancio è ambiguo e in parte paradossale: il controllo delle frontiere non ha prodotto meno immigrazione ma una sua diversa composizione e, per alcuni anni, un volume record (§3.8); l'autonomia normativa è reale ma in vari settori si è tradotta nel mantenimento volontario dell'allineamento alle regole UE per ragioni di accesso al mercato. Questi profili esulano dall'oggetto del paper e sono richiamati solo per delimitarlo: chi voglia giudicare «se la Brexit sia valsa la pena» deve mettere sul piatto anche grandezze come sovranità, identità e preferenze democratiche, che nessuna serie storica può quantificare.
| Fragilità | Inizia prima del 2016? | Peggiora dopo la Brexit? |
|---|---|---|
| Produttività | Sì (dal 2008) | Poco |
| Salari reali | Sì (dal 2008) | Poco |
| Occupazione | No | No |
| Disoccupazione | No | No |
| Investimenti delle imprese | Sì (struttura debole) | Sì |
| Commercio di beni con l'UE | Sì (quota in calo dal 2002) | Sì |
| Esportazione di servizi | non pertinente | No (cresce) |
| PIL pro capite | Moderatamente | Sì |
| «Poco / Sì / No» sintetizzano l'evidenza delle sezioni 3.1–3.8. Le righe in grassetto indicano gli ambiti in cui l'impronta della Brexit è più netta e documentata. | ||
L'evidenza comparata non suggerisce che la Brexit sia una spiegazione sufficiente delle principali fragilità economiche britanniche. I dati sono coerenti con una lettura diversa e più precisa: la Brexit ha operato come fattore aggravante, reale e quantificabile in particolare sugli investimenti, su una fragilità strutturale che precede il referendum (la frattura di produttività e salari del 2008) e su un declino relativo che è comune a tutta l'Europa. Identificare la Brexit come causa originaria significa scambiare un fattore peggiorativo per l'origine del problema. La distinzione tra impatto e causa, lungi dall'essere una sottigliezza retorica, è precisamente ciò che un'analisi seria dei dati è chiamata a preservare.
Un'ultima delimitazione. Il periodo successivo al referendum è stato caratterizzato anche da elevata instabilità politica e governativa (cinque primi ministri tra il 2016 e il 2024). Questa analisi non valuta tale dimensione e si limita agli indicatori economici: la segnalo solo perché chiunque voglia un bilancio complessivo della Brexit dovrà tenerne conto, accanto ai numeri qui esaminati.
Indici di volume del PIL e crescite cumulate sono ricostruiti componendo i tassi di crescita reali annuali (scarto atteso rispetto agli indici ufficiali ≈0,1–0,3 punti per arrotondamento e concatenamento). L'aggregato Eurozona corrisponde al codice World Bank EMU (composizione corrente a 20 paesi). I salari reali sono espressi in $ PPP a prezzi costanti 2022 (OCSE): il 1999 e l'aggregato Eurozona non sono disponibili nella serie. Tassi di disoccupazione su concetto ILO/OCSE (15+); tasso di occupazione su fascia 15–64.
I dati fino al 2024 sono consolidati; quelli 2025 sono consuntivi provvisori (Eurostat, ONS, BEA, ESRI) soggetti a revisione, e i valori 2026 sono parziali (Q1 o ultimo mese disponibile). Alcune serie non sono estese al 2025: il PIL pro capite PPP (Figura 2 e Tabella 1) si ferma al 2024 perché il World Bank WDI non pubblica ancora il 2025; la serie dei salari reali (Figura 7) e quella di produttività (Figure 5–6) non dispongono di un consuntivo annuale 2025 armonizzato. Il tasso di occupazione USA 2025 e il debito britannico in concetto Maastricht per anno solare 2025 non erano reperibili (marcati come mancanti). L'effetto Brexit isolato non è separabile dai soli dati aggregati: i valori citati in §4 provengono da modelli controfattuali indipendenti e vanno intesi come tali, con l'incertezza propria del metodo. Per alcune serie il tasso di occupazione dell'Eurozona 1999–2004 e la serie di livello della produttività a prezzi costanti non erano disponibili in forma armonizzata; non ho interpolato né stimato alcun valore per conto mio. Le stime di disoccupazione britanniche dal 2022 risentono dei problemi di risposta della Labour Force Survey segnalati dall'ONS.
World Bank WDI · OCSE (Employment, Earnings, Productivity) · Eurostat · IMF WEO · ONS · Bank of England · NIESR · NBER · Resolution Foundation · Chatham House.